Pubblicazioni

Salerno-Reggio Calabria, metafora del sogno italiano

Era marzo quando Adrian precipitò da un’altezza di 80 metri, stava guidando una ruspa, il viadotto su cui lavorava cedette per il crollo di 50 metri di carreggiata. Due giorni fa Faid si è visto rotolare addosso la trave metallica che stava montando e non ha avuto scampo. Meno di sei mesi di tempo e meno di sei km di strada dividono il punto della Salerno-Reggio Calabria che ha ucciso Adrian Miholca, un giovane romeno di 25 anni venuto in Italia per lavorare, dal punto dove è avvenuto l’incidente in cui è morto Faid Hairech, operaio specializzato di 44 anni proveniente dal Marocco.
Ancora un lutto sulla Salerno-Reggio Calabria, arteria di un Sud che viaggia, ma sempre in seconda classe, con mezzi di fortuna verso destinazioni che sanno di rivalsa se non di espatrio o emigrazione obbligata di chi si lascia dietro il mare o l’aspra montagna. Un mondo a parte, che non è stato neanche ritenuto in grado di pagare il pedaggio autostradale. Una delle tante umiliazioni per una popolazione che non ha mai saputo «pretendere» democraticamente, accettando un beneficio a fondo perduto, che lo Stato regala alle popolazioni sottosviluppate del meridione.
Metafora di un Paese che ha sempre avuto due anime e che con la costruzione di questa autostrada si illudeva di uniformare. Ne erano convinti in quei primi Anni ‘60, quando l’Italia si fermava ancora a Eboli o giù di lì. Già nella sua idea originaria, la Salerno Reggio Calabria non è mai stata solo un’autostrada o un autostrada come tutte le altre. E’ un simbolo, un’idea di modernità, uno progetto di sviluppo, un’utopia di unione. Un’illusione insomma, ma sufficientemente ambiziosa perché qualcuno ci credesse. Forse è per questo, che tutta la sua storia è stata quanto mai complicata, difficile, controversa come le sensazioni vissute dai milioni di automobilisti che ogni anno la percorrono. 442,9 km di storia meridionale che corrono su piloni, viadotti, gallerie e ponti attraversando Campania, Basilicata e l’intera penisola calabrese. Un’opera ingegneristica notevole e complessa in relazione alla conformazione del territorio percorso che si avventura in opere audacissime e spettacolari come l’ormai tristemente noto viadotto sul fiume Lao, lungo 1160 metri su 19 campate, di cui le tre centrali in acciaio con luci fino a 175 metri, famoso per avere conseguito il primato europeo per altezza dei piloni sul fondovalle – 255 metri – e per questo denominato “Italia”. Una vera e propria opera titanica dell’ingegneria stradale contemporanea, che stronca tantissime vite tra gli operai che muoiono cadendo dalle altissime arcate di ponti e viadotti. Vittime di una battaglia combattuta con la natura dura e aspra che caratterizza il tratto dell’Appennino calabro-lucano con i suoi massicci, il Pollino, la Sila, le Serre e la scoscesa costa reggina prima di arrivare ad affacciarsi sulla vista mozzafiato dello Stretto di Messina.
Sulle scelte progettuali relative alla costruzione di questa grande opera pubblica incisero e non poco, i potenti politici calabresi del tempo, quando dalla versione tirrenica si passò ad una ancor più complicata versione del progetto che attraversa la Calabria esattamente nel suo centro, addentrandosi nel cuore delle montagne, per far sì che l’autostrada passasse per Cosenza. E che la città sorgesse sul massiccio della Sila poco importava. La soluzione «interna», comunque, rispetto a quella tirrenica, presentava anche numerosi lati favorevoli; perché anzitutto bisogna tener conto che sul Tirreno c’era già la linea ferroviaria, e questo avrebbe creato uno sbilanciamento delle comunicazioni longitudinali e poi, come ebbero a scrivere alcuni ingegneri cosentini nei primi anni Sessanta: «(La soluzione interna) provocherà il coinvolgimento dei traffici del Metapontino fino alla Piana di Sibari ed a Crotone, ed in senso più lato dalla costa adriatica alla Sicilia; investirà nelle sue zone di influenza gran parte della Lucania e la quasi totalità della Calabria settentrionale».
Mai definitivamente ultimata, la chiameranno “L’incompiuta” sempre da correggere e così, dopo solo vent’anni o poco più dalla sua inaugurazione, si ricomincia. Fiumi di denaro per cancellare i tanti errori e difetti di progettazione che l’hanno resa per anni un’autostrada a metà, o imbuto infernale secondo il punto di vista delle masse di turisti estivi che su di essa si riversano alla ricerca del sole e del mare del Sud. E dire che da Salerno fino a Laino Borgo, per quasi duecento chilometri, l’A3 ha tutte le carte in regola per essere una “via europea”. Inizia con tre corsie, che diventano quasi subito due ma fornite di quella di emergenza, come ci impose di avere l’Unione Europea fin dagli anni Ottanta. Poi, però, si arriva al chilometro 185. È questo il punto in cui la Salerno-Reggio Calabria torna a essere sé stessa. All’improvviso la corsia d’emergenza sparisce, l’asfalto si sgretola, la strada si stringe, a separare l’auto dai fossi laterali soltanto vecchi e sgangherati guardrail. Da lì in poi un’alternanza di tratti terminati e tratti nemmeno cominciati. É qui che l’incompiuta rimane incompiuta.
Infine, certamente non si può nascondere il fascino sottile che la Salerno-Reggio Calabria, come tutte le strade difficili esercita sull’immaginario collettivo e letterario. Il suo capriccioso tracciato passa per plaghe montane che più che al Sud fanno pensare alla Svizzera, canyon che ricordano gli Stati Uniti, tratti di deserto africano e tracce di arte bizantina. Resti di mondi diversi caduti insieme per volere di un destino bizzarro.
Eppure c’è una tristezza che vorremmo cancellare, le troppe vittime, i cantieri infiniti, la lentezza snervante di alcuni tratti e quel pensiero ad Adrian e Faid caduti sul lavoro, eroi di un Paese che avevano scelto per fare fortuna e che li ha ricambiati scaraventandoti giù da un viadotto. Il viadotto Italia, appunto.

garan tista

Pubblicato il 31 agosto 2015 sul “Garantista”

gar antista

Sharing is caring!

You Might Also Like...

No Comments

    Leave a Reply