Ritratti

Portami a casa, se puoi

All’inizio la lettura disorienta sembra che le pagine di due libri diversi si siano mescolate e le storie e i linguaggi si sovrappongano. Quel che è chiaro da subito però, è che “l’indagine” è il filo rosso di tutta la narrazione, una doppia indagine, anzi. Siamo in Puglia tra città bianche e terra rossa, ulivi secolari e vento sferzante, in questo prezioso angolo di Sud è ambientato il bel romanzo di Elena Leoni, Portami a casa, un poliziesco costruito a regola d’arte in cui si innesta un viaggio di introspezione nell’animo dei protagonisti che scava nelle emozioni più riposte, quei luoghi remoti dove, guarda caso, si rintanano le ragioni della realtà dei fatti. E i fatti sono drammatici: due coniugi uccisi in una violenta esplosione, il bersaglio sembra essere lei, Claudia, donna in carriera, dura e calcolatrice, che ha raggiunto un posto chiave dove denaro e politica convergono, dove il confine tra affari e amministrazione pubblica si fa sottile e gli effetti possono essere devastanti. In questa direzione si spingono le indagini del commissario Valente e della sua assistente e sotto la loro lente sfila una galleria di figure sparpagliate che avevano conosciuto Claudia. Piccoli ritratti di eroi minimi sui quali l’occhio della scrittrice si avvicina fino a restituirceli nei loro dettagli quasi nei loro tic, ingigantiti dallo sgomento e dalla paura che l’orrendo delitto ha gettato su di loro.

Poi c’è l’altra indagine, quella del diario intimo, quella introspettiva che scruta nei vissuti e tra i legami di sangue, che rispolvera vecchie storie di famiglia tra violenze ripetute e privatissime ossessioni. Qui la protagonista è Annalaura, ufficialmente la miglior amica di Claudia, ma in realtà sua sorella segreta, una donna elegante e una professionista affermata ma anima sofferente preda del panico e dei sensi di colpa. Una psichiatra che gestisce con successo i suoi pazienti ma fatica a controllare le nevrosi familiari di un marito buono ma inaridito, di un primogenito irrisolto che rivendica, fuori tempo massimo, le attenzioni materne mai ricevute e del secondo figlio, troppo bello per essere vero. Tutti insieme uniti e divisi dall’incapacità di parlarsi apertamente, di esprimere emozioni e intrappolati da segreti inconfessati che legano a doppio nodo Annalaura alla sorella morta. Un intreccio complesso che ribadisce ancora una volta come la famiglia può essere un nido per il dolore e l’insensatezza, il luogo dove, invece che imparare l’amore, si impara la solitudine e ci si cresce dentro come nel maglione largo del fratello maggiore. Dietro l’apparenza di belle esistenze accomodate in antiche ville romaniche si intravedono vite consumate dal risentimento e dalla rabbia che la bellezza del paesaggio non riesce a lenire.

È duplice anche il piano narrativo del romanzo: uno secco, asciutto e dettagliato, ricco di rilevamenti, tracce e interrogatori, degno della miglior cronaca giudiziaria; l’altro circolare, involuto come un monologo, quasi gli appunti di uno psichiatria dai quali il personaggio si mostra più che spiegarsi. E poi un continuo spostarsi del punto di vista, passando dalla prima alla terza persona, un espediente che offre al lettore una visione oggettiva e una soggettiva portandolo sempre più in profondità, fino a generargli un sentimento di attesa che cresce via via che le pagine scorrono fino all’evento culminante che scioglie la tensione e risolve sia le indagini giudiziarie sia il dramma esistenziale.

Portami a casa è un viaggio attraverso i propri inferni e le proprie mancanze per approdare alla verità che, accolta nella sua crudezza, sarà l’unica possibilità di pace e di assoluzione. Un finale a effetto, capace di mettere ordine nei grovigli del cuore dei personaggi che si ritroveranno diversi, ma finalmente liberati.

Portami a casa

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