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“Il ragazzo della vita accanto”, Anna Chiara racconta

Esiste una memoria del cuore, distinta da quella del cervello? Difficile poterlo affermare. Ne è convinto Franco, uno dei due protagonisti del bel romanzo di Anna Chiara Giordani, appena pubblicato. È un libro scritto a due mani e due cuori, come dice l’autrice, in realtà tutto è doppio in questo romanzo. Duplice è anche la storia narrata: due vite, Franco e Federico, due epoche, due ambienti sociali diversi, eppure tanti dettagli che li avvicinano come la passione per lo sport e l’impossibilità di farne una carriera, l’uno per ragioni di salute, l’altro per ragioni emotive. Per entrambi la famiglia a fare da contorno, a determinarne il carattere e, in qualche modo, il destino. Due vite che scorrono distanti, se non fosse per un abbraccio sugli spalti di uno stadio, tanto casuale e improbabile che solo l’euforia per la vittoria della squadra del cuore può consentire. Un incontro tra due sconosciuti che ha il valore di un indizio, una profezia che si avvera poi nello sciogliersi in un finale culminante.

Ho incontrato la giovane scrittrice, Anna Chiara Giordani, già autrice di testi teatrali. Nel 2009 ha vinto il premio “Carola Fornasini” per la miglior drammaturgia con l’opera Non gridate più.

Anna Chiara, tanta scrittura in passato e oggi, finalmente, un romanzo!

Sì. Il primo romanzo dopo tante pièces teatrali, perché sono in primis una donna di teatro, sia nell’ambito della regia, sia come attrice e autrice. Scrivere per il teatro è sempre stato per me un lavoro funzionale alla scena, infatti i testi non sono stati mai pubblicati, pur essendo regolarmente depositati e costantemente messi in scena. La scrittura teatrale è un’attività che offre il vantaggio della scadenza: bisogna completare il testo entro una certa data, altrimenti un’intera compagnia non può lavorare. È la condizione ideale per chi, come me, tende a divagare. Forse per questa “urgenza” sono riuscita a scriverne diverse, mente l’approccio al romanzo è stato, per me, indubbiamente più difficile.

Ti sei data una scadenza anche per la pubblicazione di questo lavoro?

In un certo senso è così, mi sono concentrata sul progetto romanzo con molta disciplina, impegno e rigore. La scrittura, benché sia un lavoro creativo ha bisogno di molto tempo e grande dedizione. Infatti, lo scorso anno ho preso il part time dall’insegnamento, ho rinunciato al lavoro in teatro e mi sono chiusa in biblioteca per concentrarmi. Come stimolo avevo la richiesta del protagonista del romanzo (la persona reale, che ha vissuto le vicende che ho narrato) che mi chiedeva con una certa sollecitudine se il libro fosse pronto.

Dunque una storia vera. Ma come è nata l’idea del romanzo?

L’intenzione di scrivere un romanzo l’ho sempre avuta. Poi due anni fa Franco Osvaldo Faieta, la persona alla quale mi ispiro nel romanzo, mi ha raccontato la sua storia e mi ha chiesto di scriverla. La vicenda è così toccante ed emozionante che mi ha presa completamente, ovviamente l’ho trasformata in romanzo, ma oltre e prima della narrativa c’è soprattutto la sua vita, che io ho accolto e trattato come un dono.

Il romanzo ha una struttura circolare: si apre con una lettera ad uno dei due personaggi e si chiude con la lettera al secondo personaggio, in mezzo si alternano i capitoli dedicati all’uno e all’altro protagonista.

Perché raccontare due vicende così diverse?

È stato un modo per narrare come il destino unisca, a modo suo, due esistenze tanto distanti. Franco, più anziano, è stato una promessa calcistica della Roma, ma ha scoperto di avere un problema di salute che gli ha impedito la carriera. Le sue origini sono quelle provenienti da un ambito contadino molto semplice e spontaneo.

Federico invece è un ragazzo dell’alta borghesia romana, un po’ tormentato, alla ricerca del suo posto nel mondo. Le storie sono sconnesse almeno fino a metà libro, quando qualcosa si comincia a capire.

Hai usato anche due modi di raccontare diversi?

Certo, la scrittura è differente, due stili e due registri alternati: di Franco racconto 50 anni, quindi c’è un lavoro di sintesi e scelta mirata dei momenti fondamentali della sua vita, una narrativa quasi “verista”, che lascia poco spazio, soprattutto nella prima parte del libro, all’introspezione. La narrazione di Federico invece riguarda solo 8 anni, ed ho quindi cercato di “dilatare” gli attimi, ho usato un taglio più intimista per descrivere una vita apparentemente facile ma non priva di inquietudini esistenziali. Anche il linguaggio è quello che ci si aspetta dai personaggi.

C’è un solo momento in cui le due storie si “incontrano”, vero?

Esattamente. E lo racconto in due punti equidistanti del libro. E’ il momento in cui i protagonisti si trovano allo stadio fianco a fianco durante una finale importante e si parlano per via di uno scambio di posti. Attraverso il racconto dell’uno e successivamente dell’altro, leggiamo di un abbraccio nel momento in cui la Roma vince la Coppa Italia. E’ uno dei momenti più emozionanti della storia, quasi un presagio.

Si scorge anche qualche conflitto generazionale…

Soprattutto nella storia di Federico, ma la famiglia fa da cornice in entrambe le vicende: Franco ha perso la madre piccolissimo, di lei gli resta solo una lettera scritta prima di entrare in sala operatoria, una sorta di commiato. Cresce con la nuova compagna del padre, Laura, buona e affettuosa. Il padre è un uomo silenzioso che osserva, senza ostacolare la carriera del figlio.

In Federico c’è un rapporto più conflittuale, un padre assente, preso dalla carriera, un accentratore che lo obbliga a praticare il nuoto con un allenatore severissimo perché gli sia da scuola di vita, mentre con la madre ha un rapporto di tenera complicità.

Quanto c’è di tuo in questo libro e, in genere, nelle cose che scrivi?

La prima cosa che ho scritto, a 23 anni, si chiamava Corrotti e descriveva il mio primo colloquio di lavoro con persone ambigue, che mi offrivano impieghi da mille e una notte molto ben retribuiti, ma piuttosto equivoci nelle mansioni. Anche nel Candido (una riscrittura dell’opera di Voltaire in forma di commedia musicale) lo spunto autobiografico è stato una mia personale riflessione sul libero arbitrio, e sulla possibilità che ciascuno di noi ha di scegliere. Questo per dire che in ogni racconto, o scelta, o reinterpretazione, c’è una traccia autobiografica. I miei genitori, e tutti quelli che mi vogliono molto bene, alla lettura del romanzo si sono commossi, certamente per la vicenda, ma anche perché hanno ritrovato qualcosa di me che forse intuivano e che ora si manifestava.

Per la pubblicazione del romanzo hai scelto il self publishing, come mai? 

Sono convinta che sia il futuro dell’editoria. Oggi rappresenta una scelta percorribile perché pubblicare con una casa editrice non è più indispensabile. Il self publishing è adatto a chi ha una grande passione per la scrittura ma non ha ancora un nome affermato, il web è un modo straordinario per far conoscere il proprio talento.

Lavorando in teatro ho capito che il lavoro artistico viene sfruttato e sottopagato, confidando sul fatto che l’artista è un egocentrico affamato di visibilità al quale basta la gloria. Gli autori seguono la stessa sorte, soprattutto alla prima opera, per questo mi sono rivolta all’autopubblicazione e ad Amazon.

Per finire, Anna Chiara, hai già qualche idea per il prossimo?

Solo un’idea, sempre nello sport, qualcosa del mio passato da atleta, chissà … vedremo!

La copertina del romanzo di Anna Chiara Giordani

 

Il ragazzo della vita accanto

di Anna Chiara Giordani

 

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