(F)utilità

Di un po’ di Galateo c’è sempre bisogno

Leggere un libro sul galateo o consultare un sito di buone maniere significa riconoscere implicitamente di essere maleducati? Tutt’altro, indica invece di aver capito che in una società dal progresso travolgente ed in un contesto di scambi economici internazionali si rischiano gaffes compromettenti sul piano relazionale e anche sul piano lavorativo.

Dal Galateo dell’illustre Monsignor Della Casa a oggi, le buone maniere poggiano sulla regola aurea  sempre valida “non recar noia” e rendere gli usi e i costumi più gentili e garbati.

Studi di sociologia inconsapevoli, i galatei raccontano l’immagine che una comunità ha o vorrebbe avere di sé; cosa ritiene corretto, auspicabile o raffinato e quale forma vuole dare al proprio vivere in società. Dagli anni Cinquanta in poi il galateo approdò sui giornali con le rubriche di saper vivere tenute da redattrici con nomi altisonanti o pseudonimi leziosi. Fra tutte piace ricordare Irene Brin scoperta da Leo Longanesi, la maggiore giornalista di costume di allora e, forse, di sempre. Coltissima, ironica e sensibile, profonda conoscitrice dell’animo umano. Raccontò l’Italia del dopoguerra che si scrollava le macerie del conflitto e provava ad indossare l’abito buono. Il suo fu soprattutto uno sguardo femminile sul Novecento, prima ancora che una lezione di comportamento.

E poi Colette Rosselli, l’indimenticabile Donna Letizia che insegnò agli italiani come passare con stile dal colletto di lapin al mantello di visone (come amava ripetere lei) dal tram all’auto fiammante, dal ferragosto in pensioncina alla crociera mediterranea, senza sembrare degli improvvisati. Scioglieva cioè, i dilemmi che attanagliavano le classi emergenti che balzavano su nella scala sociale in meno di una generazione.

Gli anni Ottanta videro Lina Sotis, che con la sua elegante ironia ci spiegava, come le buone maniere riescano a rendere un po’ meno complicati i rapporti con gli altri perché “vivere, com’è noto, è difficilissimo” quindi oltre a ben destreggiarsi con le posate da pesce, è molto “bon ton” aver cura di non mettere mai a disagio chi da quelle posate è intimorito.

E oggi? Siamo tutti esperti di buone maniere? O, peggio, siamo tutti indifferenti alla grazia del vivere? Entrambe, forse. Perché se è vero che cresce l’abbrutimento e la volgarità, è vero anche che aumenta l’insofferenza verso tale abbrutimento e la volgarità dei tempi. Per questo di galateo c’è sempre bisogno, certo aggiornato al terzo millennio: oggi non ci sono nuovi ricchi da boom economico da ingentilire ma piuttosto nuovi poveri da crisi planetaria da ricollocare. Per questo il bon ton è, innanzitutto, il vivere con garbo, la semplicità, la leggerezza dell’esistere, l’affabilità nel venire incontro agli altri. Riscoprire il valore della vicinanza, della solidarietà, e nel contempo il gusto della vera eleganza, che è innanzitutto sobrietà nel porgersi e non imbarazzante esibizione di ricchezza. I tempi sono cambiati davvero, sarebbe grave non accorgersene e il galateo evolve proponendo guide al comportamento per situazioni che monsignor Della Casa non avrebbe mai potuto immaginare. Come la net-etiquette, la buona educazione da usare in rete e sui social anche quando ci si imbatte in un odiatore professionale o troll o tutti quei prodotti sgradevoli del mondo digitale.

E, ricordiamolo ai più giovani, non bastano ottimi curriculum per farsi spazio nel mondo del lavoro se poi non si sa presentarsi correttamente, se si giocherella col telefono durante le riunioni o se si mandano messaggi con le faccine all’amministratore delegato.

 

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