Ritratti

2 novembre, all’ombra dei cipressi

È una pausa di silenzio nel cuore dell’autunno, il 2 novembre. Ci si ritrova a passeggiare all’ombra dei cipressi, a portare fiori, accendere candele sulle tombe di chi abbiamo amato. È un rito che ci accomuna tutti, cristiani e non, poche tradizioni come quella legata alla memoria dei defunti, sono così sentite.

Nella cultura occidentale la morte, oggi come ieri, rappresenta un vero e proprio tabù, un argomento da evitare o allontanare, l’idea della fine, del commiato estremo, per lo più in un momento indefinito, è fonte di paure profonde, inaccettabili, a volte quasi paralizzanti. E allora perché la visita ai cimiteri è un’occasione che difficilmente manchiamo?

Probabilmente quei pellegrinaggi tra le tombe, inutili ai morti, servono ai vivi come testimonianza della continuità del genere umano oltre la morte del singolo, come pietoso ricordo che permette a chi rimane di comunicare con i cari estinti. La visita ai morti offre la sottile percezione, irrazionale ma emotivamente potente, di una possibile comunicazione tra questo nostro mondo fisico e un altro mondo di spirito, impalpabile e tuttavia vivo e presente.
Pia suggestione? Può darsi. Eppure sarà capitato a tutti di avvicinarci ad una tomba e parlare con chi non c’è più, non solo per ricordare il passato, ma anche per sottoporre proprio a loro il nostro presente. Gli chiediamo consiglio e conforto per le nostre scelte di vita, soprattutto quando sono particolarmente importanti o ci troviamo nel dubbio.

Potrebbe sembrare follia, invece lo sappiamo tutti che i morti non ci lasciano un momento, sono presenti più dei vivi, sono guide che plasmano i nostri gesti anche quando non ce ne rendiamo conto.
Se sei un genitore ti comporti con i tuoi figli come loro si sono comportati con te o, se ci riesci, come avresti voluto che facessero.

Sentire vicino a sé chi non c’è più non vuol dire rimanere nel dolore della scomparsa dei propri cari. Al contrario, nel ricordare le persone che ci sono state vicine e che abbiamo amato, noi ridefiniamo il legame che abbiamo avuto con loro. Creiamo una nuova relazione pur prendendo atto del commiato.
I nostri defunti ci ricordano chi siamo, da dove veniamo e danno un senso e una ragione al nostro presente, diventano figure interiori, luci accese sulla nostra anima, da assenza esterna si trasformano in presenza interna. Ciascuno di noi nasce con un debito di amore verso chi lo ha preceduto e con cui la materia della propria vicenda umana si è intrecciata fino a diventarne naturale prolungamento. Sentire questo, e chiudere il nostro debito con la storia, ci porta ogni anno a passeggiare tra i volti di fotografie sbiadite di lapidi dedicate a chi non c’è più.

È il modo che abbiamo per non morire anche noi poco a poco, nella morte di coloro che abbiamo amato e per poter ancora abbracciare chi non c’è più, anche senza toccarlo.

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